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Biomarcatori nelle distrofie miotoniche: gli studi del 2026

Un aggiornamento 2026 sui biomarcatori nelle distrofie miotoniche: cosa misurano, perché servono e quali studi sono in corso, dalla correzione dello splicing nei trial alla carnosina nella DM2 e agli RNA circolari nel sangue.
biomarcatori nelle distrofie miotoniche DM1 e DM2: cosa sono, cosa misurano e gli studi in corso.

Aggiornato a settembre 2026. Per una panoramica sugli esami utilizzati nella pratica clinica, leggi anche la nostra guida ai biomarcatori della distrofia miotonica.

In breve: i biomarcatori sono parametri misurabili (una sequenza genetica, un’immagine di risonanza, una molecola nel sangue) che aiutano a diagnosticare le distrofie miotoniche, a prevederne l’evoluzione e a capire se una terapia funziona. Nella distrofia miotonica di tipo 1 (DM1) il riferimento è la lunghezza dell’espansione CTG; nella tipo 2 (DM2) l’espansione CCTG non permette previsioni sulla malattia. La ricerca degli ultimi anni punta su marcatori sempre meno invasivi, come lo splicing dell’RNA, la spettroscopia a risonanza magnetica e le analisi del sangue, anche con il contributo della Fondazione Malattie Miotoniche ETS.

Che cos’è un biomarcatore?

Un biomarcatore è una caratteristica biologica che si può misurare in modo oggettivo e che riflette un processo in corso nell’organismo: normale, legato alla malattia o alla risposta a un trattamento.

A cosa servono i biomarcatori nelle distrofie miotoniche?

Le distrofie miotoniche sono malattie rare, a decorso lento e molto variabili da persona a persona. Osservare solo i sintomi non basta per capire in tempi utili come evolve la malattia o se un farmaco sta funzionando. Un buon biomarcatore permette di:

  • fare diagnosi, anche nei casi con sintomi sfumati;
  • formulare una prognosi, cioè stimare come potrà evolvere la malattia;
  • monitorare la progressione nel tempo;
  • valutare l’efficacia di un farmaco negli studi clinici, spesso prima che i miglioramenti diventino visibili nella vita quotidiana.

Cosa rilevano i biomarcatori oggi in uso?

L’espansione genetica: CTG nella DM1, CCTG nella DM2

Nella DM1 il biomarcatore classico è il grado di espansione della tripletta CTG nel gene DMPK. Il numero di ripetizioni si correla con l’età di esordio (espansioni più lunghe si associano in genere a un esordio più precoce) e, entro certi limiti, con la gravità. Il limite dipende dal fatto che la lunghezza misurata nel sangue non coincide necessariamente con quella presente nei muscoli o in altri tessuti, e può modificarsi nel corso della vita. Per questo il dato genetico va sempre letto insieme alla valutazione clinica.

Nella DM2 l’alterazione è un’espansione della tetrapletta CCTG nel gene CNBP. Qui non è stata trovata alcuna correlazione tra lunghezza dell’espansione e quadro clinico: il test conferma la diagnosi, ma non dice nulla su esordio o gravità.

La risonanza magnetica muscolare e cerebrale

La risonanza magnetica (RMN), muscolare e del sistema nervoso centrale, mostra il grado di compromissione dei muscoli o del cervello e permette di seguirne la progressione nel tempo. È un esame non invasivo e ripetibile, adatto al monitoraggio nel lungo periodo.

L’indice di splicing

Nelle distrofie miotoniche l’RNA prodotto dal gene alterato si accumula nelle cellule e sequestra le proteine MBNL, che regolano lo splicing: il meccanismo che “taglia e cuce” gli RNA messaggeri per produrre le proteine corrette. L’indice di splicing (SI) misura questa alterazione su un pannello di 22 geni e si correla con la miotonia e con le funzioni muscolari, come forza e mobilità. Proprio perché riflette il meccanismo di base della malattia, è impiegato nei trial clinici come indicatore dell’efficacia del farmaco.

I biomarcatori proteomici

Le analisi proteomiche hanno evidenziato la modifica di numerose proteine coinvolte in immunità, metabolismo energetico, apoptosi (morte cellulare programmata), miogenesi (formazione e rigenerazione del muscolo) e contrazione muscolare. Aiutano a capire quali processi biologici sono coinvolti e possono indicare nuovi bersagli terapeutici.

Perché si fa ricerca su nuovi biomarcatori?

I marcatori disponibili hanno limiti precisi: l’espansione genetica non predice il decorso nella DM2, l’indice di splicing richiede una biopsia muscolare, la risonanza non è sempre accessibile. La ricerca di nuovi biomarcatori per la DM1 e la DM2 punta a:

    1. ridurre il ritardo diagnostico, particolarmente lungo nella DM2;
    2. individuare nuovi bersagli terapeutici per una medicina di precisione;
    3. definire nuove strategie terapeutiche e dare ai clinici strumenti oggettivi per seguire i pazienti;
    4. accelerare la sperimentazione dei farmaci, con misure precise e poco invasive che le agenzie regolatorie possano riconoscere.

Quali sono gli studi più recenti sui biomarcatori?

Lo splicing come misura dell’efficacia delle nuove terapie

Le terapie a base di RNA in sperimentazione nella DM1, come quelle sviluppate da Dyne, Avidity e PepGen, usano la correzione dello splicing nel muscolo come biomarcatore principale per verificare se il farmaco agisce sul difetto molecolare. Nello studio FREEDOM-DM1, ad esempio, una singola dose di PGN-EDODM1 ha prodotto una correzione marcata dello splicing, con un profilo di sicurezza accettabile. Un’altra molecola sperimentale, ATX-01, ha mostrato in laboratorio di ripristinare le proteine MBNL, con una prima prova di efficacia anche su modelli di DM2.

Questi dati sono stati presentati a maggio 2026 all’IDMC-15, il cCongreso internazionale sulle distrofie miotoniche che si è tenuto a Saguenay, in Canada, e a cui ha partecipato anche la Fondazione Malattie Miotoniche ETS.

Carnosina: un biomarcatore per la DM2 senza biopsia

Uno studio americano ha identificato la carnosina muscolare come biomarcatore specifico della DM2. I suoi livelli si possono misurare con la spettroscopia a risonanza magnetica, senza ricorrere alla biopsia muscolare. È un risultato rilevante proprio per la DM2, la forma in cui mancano marcatori affidabili di diagnosi e monitoraggio.

RNA circolari nel sangue: la ricerca finanziata con il Fondo Monica Stupino

Una parte importante della ricerca punta sulla biopsia liquida, cioè su marcatori misurabili nel sangue o nelle urine. Un prelievo è molto meno gravoso di una biopsia muscolare e può essere ripetuto nel tempo.

In questo ambito rientrano gli microRNA circolari, molecole di RNA a forma di anello presenti nel sangue. Uno di questi, circARHGAPH, è studiato come possibile bersaglio nella terapia genica. Su questo fronte lavora il gruppo del prof. Martelli, con una ricerca finanziata dalla Fondazione Malattie Miotoniche ETS attraverso il Fondo Monica Stupino.

Studi di storia naturale

Gli studi osservazionali a lungo termine, come la coorte internazionale END-DM1, seguono nel tempo ampi gruppi di pazienti, compresi parametri come la funzione polmonare e l’elettrocardiogramma. Servono a definire gli endpoint clinici su cui misurare l’efficacia dei trattamenti futuri.

Domande frequenti

Che cosa rileva un biomarcatore nelle distrofie miotoniche?
Può rilevare l’alterazione genetica (espansione CTG o CCTG), il danno a muscoli e cervello (risonanza), il difetto molecolare nelle cellule (indice di splicing) o la presenza di molecole alterate nel sangue e nei tessuti.

Il numero di ripetizioni CTG permette di prevedere come evolverà la DM1?
Solo in parte. Espansioni più lunghe si associano in genere a un esordio più precoce, ma la correlazione con la gravità vale entro certi limiti e non consente previsioni precise sul singolo paziente.

Perché nella DM2 servono nuovi biomarcatori?
Perché la lunghezza dell’espansione CCTG non si correla con il quadro clinico. Marcatori come la carnosina muscolare, misurabile con la spettroscopia a risonanza magnetica, possono colmare questa lacuna.

Perché lo splicing è così importante nei trial clinici?
Perché riflette il meccanismo di base della malattia. Se un farmaco corregge lo splicing, significa che agisce sulla causa, anche prima che i benefici diventino evidenti nei sintomi.

Quali sono i nuovi biomarcatori della distrofia miotonica?”
Tra i più studiati nel 2026 ci sono la correzione dello splicing usata nei trial clinici, la carnosina muscolare nella DM2 misurata con la spettroscopia a risonanza magnetica e gli RNA circolari nel sangue.

Come contribuisce la Fondazione Malattie Miotoniche ETS alla ricerca sui biomarcatori?
Sostiene studi come quello sulla carnosina nella DM2 e finanzia, con il Fondo Monica Stupino, la ricerca del gruppo del prof. Martelli sugli RNA circolari nel sangue.

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